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domenica 18 gennaio 2009

Tregua a Gaza, un resoconto di 22 giorni di massacro

C'è chi la chiama guerra, chi la chiama conflitto armato... la vera definizione di quello che sta succedendo a Gaza è disumano massacro.

Sentiamo la testimonianza di Jamal, chirurgo dell'ospedale Al Shifa, il principale di Gaza.
Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola" mi dice Jamal, mentre un infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di scatoloni di cartone, coperti di chiazze di sangue. "Sigilla la scatola, quindi con tutto il tuo peso e la tua forza saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini, e l'ultimo miagolio soffocato." Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua "Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell'opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste..." il dottore continua il suo racconto e io non riesco a spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi. "Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi la schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quale sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati.
La fonte è il sito http://guerrillaradio.iobloggo.com/, che grazie ai post quotidiani di Vittorio Arrigoni, attivista di International Solidariety Mov e residente a Gaza City, è divenuto in questi giorni il blog italiano più cliccato della Rete.

Amerei che chi mi legge, durante questa settimana di tregua, spenga i telegiornali e ripercorra con Arrigoni quello che è successo negli scorsi 22 giorni, sul sito citato. Alla faccia di Sandro Bondi.

Quando il massacro riprenderà, forse lo si guarderà con occhi diversi.


Altre letture:

venerdì 16 gennaio 2009

Scivolone dell'Annunziata ad Annozero sull'invasione di Gaza (grande risposta di Santoro)




Non è certo in base al numero delle vittime che va condannata una guerra. Ma a volte le cifre aiutano a comprendere. 21 giorni di bombe sono costati oltre 1000 morti palestinesi contro 1 morto israeliano. Una situazione del genere non può essere definita come guerra. Alcuni hanno definito la Striscia di Gaza come un lager a cielo aperto. Un campo di concentrameno dove la parte dei Nazisti la fa Israele.

Chi ha visto AnnoZero di ieri 15 gennaio 2009 non si sarà persa la critica (anzi, per sua stessa ammissione, l'azione di disturbo) mossa da Lucia Annunziata al collega Michele Santoro: quella di aver condotto una trasmissione a senso unico in difesa dei Palestinesi, quindi fortemente critica verso il comportamento di Israele.

L'Annunziata avrebbe fatto bene, se proprio aveva qualcosa da obiettare, a parlarne con Santoro a microfoni spenti, dopo la sigla finale. In questa maniera ha invece offerto il fianco a tutti gli schieramenti politici filoisraeliani, la maggioranza assoluta e trasversale (compreso un Gianfranco Fini, sempre meno fascista e sempre più sionista, che si è lamentato telefonicamente con Petruccioli) e ha reso un pessimo servizio all'informazione italiana, che ormai da 21 giorni descrive unanimemente i Palestinesi (invasi e brutalmente ammazzati) come dei terroristi, e gli Israeliani (barbari assalitori) come delle povere vittime.

Bene ha fatto Santoro a sbottare contro questa idiozia. Anche se avesse realmente condotto una trasmissione al 99.9% antiisraeliana, non solo avrebbe reso omaggio al pluralismo dell'informazione (una voce su mille a difendere i Palestinesi, dopo 999 trasmissioni e approfondimenti dedicati al punto di vista di Israele) ma avrebbe reso omaggio anche alla verità dei fatti.

Dopo 21 giorni di guerra, più di mille morti palestinesi in gran parte civili e soprattutto bambini, Israele ha dato il meglio di sè ieri bombardando la sede dell'ONU, ospedali, e sedi giornalistiche a Gaza e scatenando l'indignazione del segretario ONU, Ban-Ki Moon e addirittura della Santa Sede. Nessuno ascolta i Palestinesi ma si troverà almeno qualcuno che ascolta il Papa e l'ONU.

E' chiaro che se il nostro Claudio Pagliara entra in Gaza con le retrovie dell'esercito Israeliano, il suo punto di vista sarà largamente prevedibile. Ma una giornalista seria come l'Annunziata non può bersi tutto quello che dice Pagliara, che oggi al Tg1 sembrava godesse di tutti i Palestinesi morti ammazzati. E un Presidente della Camera dovrebbe essere informato su questi fatti. Soprattutto, come figura istituzionale, invece di esercitare il suo potere lamentandosi alla RAI e chiedendo la censura dell'unica trasmissione che racconta i fatti come stanno, dovrebbe perdere il sonno, saltare i pranzi, dovrebbe fare tutto il possibile per fermare il genocidio del Popolo Palestinese attuato per mano israeliana con la complicità politica e mediatica dell'intero Occidente.

Sia lunga vita a Santoro, ad AnnoZero e a tutti coloro che amano la verità.


Altre letture.

1) Il gas di Gaza: In un articolo intitolato “Guerra e gas naturale. L’invasione di Israele e i giacimenti di gas naturale al largo di Gaza”, Michel Chossudowsky propone un’interessante analisi che porta a leggere l’attuale invasione di Gaza come il culmine - pianificato con gelido cinismo - di un logorante braccio di ferro per ottenere il controllo delle riserve di gas naturale scoperte di recente al largo di Gaza, e quindi di proprietà palestinese. L'articolo originale di Chossudowsky è tradotto in italiano sul sito Luogocomune.net.

2) Gli strumenti del massacro, di Marco Cedolin. L'autore ricorda anche che gli Israeliani hanno utilizzato fosforo bianco nei loro attacchi, un'arma vietata dalle Convenzioni di Ginevra.

3) Ilan Pappe, la pulizia etnica della Palestina, Fazi Editore. «Ilan Pappe è il più coraggioso, più onesto, più incisivo degli storici israeliani».

Foto: www.lucaenoch.ilcannocchiale.it.

sabato 3 gennaio 2009

Vittoria di Antonietta Gatti su inquinamento bellico e uranio impoverito

Mi permetto di riportare testualmente il post pubblicato oggi sul blog di Stefano Montanari (i neretti sono miei). Vorrei che a questo genere di notizie fosse dato il risalto più grande, quando su giornali online e su carta non si parla che di gossip, di veline, e di ... stronzate. Porgo i migliori auguri di buon 2009 alla dottoressa Gatti e al dottor Montanari, ringraziandoli per la loro opera che (lo ricordo ancora una volta) viene svolta in un modo o in un altro praticamente sempre a titolo gratuito. Pazienza, arriveranno tempi migliori!

Qualche giorno fa il ministro Ignazio La Russa in una conferenza stampa ha informato di aver stanziato 30 milioni di Euro per risarcire i soldati che si sono ammalati dopo le missioni in zone belliche o in poligoni di terra e per svolgere ricerche nel settore.

Si è ufficialmente riconosciuto che questi soldati sono stati esposti “all’Uranio impoverito ed alle nanoparticelle (…)”. Il ministro della Difesa ha riconosciuto che i soldati si sono ammalati dopo aver subito un’esposizione a quello che io ho chiamato inquinamento bellico.

Il lavoro che ho svolto nelle Commissioni della XIV e XV legislatura insieme ad altri è stato riconosciuto come valido ed è stato accettato il concetto che le esplosioni di bombe ad alta tecnologia (Uranio impoverito ma anche al Tungsteno) creano temperature di combustione molto elevate (> 3.000°C) che aerosolizzano tutta la materia del bersaglio, creando poi polveri di dimensioni anche submicroniche (nano) che possono venire inalate o ingerite con cibo contaminato da questo inquinamento. Gli esperimenti che ho fatto a Baghdad hanno confermato la creazione di nanoparticelle anche dopo l’esplosione di ingenti accumuli di bombe tradizionali.

I soldati e/o le loro famiglie verranno quindi risarciti per queste patologie contratte sul luogo di lavoro. E’ stato poi riconosciuto che anche nei poligoni di tiro ci si può ammalare per le stesse ragioni.

A mio parere i giornali hanno riportato la notizia in maniera frettolosa. Nessun giornalista ha speso qualche parola in più per commentare la notizia e le sue implicazioni. Ciò che hanno fatto il ministro La Russa ed il suo entourage è qualcosa che va ben al di là del mero compenso economico. Ha ridato una dignità a questi soldati, cosa che non ha valore venale.

In pratica si è ammesso che ci sono proiettili invisibili che uccidono anche in modo ritardato e che quindi il soldato che si è ammalato in patria è un eroe al pari di chi è morto in un attentato o colpito da un proiettile in zona operativa. Il nostro governo ha riconosciuto che anche questi ragazzi, morti fra mille sofferenze in un letto d’ospedale, hanno servito il proprio paese in modo esemplare fino all’ultimo e non sono diversi di chi ha lasciato la vita per una bomba o un proiettile in Iraq, in Afghanistan o nei Balcani.

L’inquinamento bellico crea nanopolveri che sono proiettili invisibili e questi non hanno confini. A mio parere, a differenza dei proiettili convenzionali, queste nanoparticelle sono molto democratiche, dato che colpiscono tutti indifferentemente, anche colui che ha buttato le bombe dalla cui combustione queste hanno avuto origine. Ovviamente le nanoparticelle creano un inquinamento ambientale a cui sono esposti anche i civili che vivono nella zona, ma che può influire in modo profondo anche sulla fauna e sulla flora. Si è finalmente ammesso che le patologie sviluppatesi in seguito alle missioni in zone di guerra in soldati che erano risultati idonei dal punto di vista medico non sono solo psicologiche come era stato ipotizzato: da stress.

A questa conclusione sono arrivati anche gli Americani in un rapporto del novembre scorso, le associazioni dei veterani hanno ammesso che lo stress può essere una concausa ma che le patologie sono altro. Primariamente, visto che i reduci della prima Guerra del Golfo accusavano sintomi anche neurologici, i medici avevano pensato che lo stress bellico fosse la causa primaria della sintomatologia. Ora si riconosce che i soldati sono affetti da una diversa patologia che per la sua complessità è stata chiamata sindrome, cioè un insieme di sintomi e segni clinici diversi. La sindrome del Golfo è diversa da quella dei Balcani, ma entrambe possono portare, anche in tempi lunghi, alla morte.

Ho lottato perché venisse riconosciuto questo aspetto della guerra e per dare soprattutto a chi non c’è più (e ne ho conosciuto personalmente tanti) il giusto riconoscimento. Se da una parte il mio impegno è stato riconosciuto e validato da persone autorevoli, dall’altra ci sono persone che stanno demolendo il mio lavoro con la calunnia e la diffamazione. Una tale dottoressa (di tutt’altro settore), che non ha mai esaminato un campione patologico, che non è mai stata al letto di morte di un soldato, che non ha mai consolato una madre che ha perso il figlio, scrive agli editori di riviste scientifiche che hanno accettato i miei lavori dopo parere favorevole dei referee, scrive alla comunità Europea chiedendo di non accettare più i miei articoli, e di chiudere i miei progetti europei che condivido con partner eccellenti europei. Questa scrive a miei amici, a miei parenti, a uffici governativi, mettendo il seme del dubbio sulla validità del mio operato, come se lei fosse la portatrice della verità. Io questa persona non l’ho mai incontrata né ho mai avuto alcun tipo di rapporto con lei, ma come si spiega che questa possiede un mio indirizzario personale? Ci sarà correlazione con lo scassinamento della mia scrivania personale all’Università o con il disinserimento dell’allarme antifurto in laboratorio? Lei sta lì a tavolino, nascosta nel suo studio universitario, nascosta da pseudonimi, ad inveire, calunniare su chi lavora in prima linea, a diffamare chi non conosce e che non le ha mai fatto alcun male. Perché? L’odio, l’astio, l’acredine, la frustrazione che traspare dai suoi scritti, fanno pensare che questa persona sia priva di pietà per chi soffre e muore. I ragazzi non sarebbero mai stati risarciti col lavoro scientifico di questa signorina. Quello che mi spaventa è che questa persona insegna a studenti che devono essere formati. Che cosa insegnerà loro se non l’odio, l’acredine, l’astio? Io preferisco lavorare per costruire un futuro migliore ai nostri figli ed insegnare loro la pietà.

Antonietta Gatti.

Nota in calce:
Pubblico integralmente questo articolo. Ricordo, se non altro per evitare ai soliti personaggi il disturbo d’inventare nuove calunnie, che la dott.ssa Gatti (mia moglie) presta da due legislature la sua opera presso la Commissione che si occupa delle malattie dei militari non solo a titolo gratuito ma a sue (nostre) spese. Chiunque è libero di fare altrettanto. Ricordo pure che, grazie anche al suo lavoro, l'Italia è oggi l'unico paese al mondo a fare tanto. Nessuno chiede una parola di ringraziamento. Sarebbe sufficiente il rispetto.

Stefano Montanari

martedì 4 novembre 2008

Che succede in Congo?

Il Congo è un paese africano grande quanto l'Europa Occidentale. Da dieci anni il Congo vive una guerra che ha prodotto cinque milioni di morti. L'abusata locuzione "catastrofe umanitaria" di cui parla l'ONU è un lontano specchio di ciò che sta realmente accadendo in questi giorni, in queste ore. Il sito del PD intitola così un articolo di ieri 3 Novembre 2008:

Congo, arrivano i caschi blu:
Ma rimane alto il rischio di una catastrofe umanitaria.

Sorvolando su una facile ironia riguardo la prontezza di riflessi del PD e del suo segretario, vale la pena di chiedersi se cinque milioni di morti e dieci anni di guerra possano già essere considerati come una catastrofe umanitaria.

In realtà ciò che sta accadendo non lo sa nessuno. Si sa solo che c'è un grande ambaradàn con un numero imprecisato di vittime e milioni di sfollati. Considerando la densità di giornalisti e reporter ubicati in Iraq e Afghanistan, e la densità di giornalisti inviati in Congo, il raffronto è ridicolo.

Infatti il TgCom, per informarsi, telefona non ad un giornalista ma ad una volontaria, Giulia Pigliucci del Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, che opera in un centro congolese di Salesiani: "al momento i ribelli tutsi del generale Laurent Nkunda si muovono per cacciare i governativi, fedeli al potere centrale del presidente Joseph Kabila. In questa situazione ci sono oltre due milioni di sfollati che non hanno aiuti e si spostano in cerca di cibo, acqua, medicine e per scappare alle violenze della guerra. [...] Saccheggi, violenze [...] la cittadinanza è il bersaglio di miliziani, militari e pirati [...] i prezzi in città sono arrivati alle stelle. Gli aiuti umanitari sono necessari, perché qui la gente non ha più nulla. [...] Sono già segnalati casi di colera [...] ci sono bambini arruolati e che diventano soldati, 40mila bambine violentate. E mancano cibo e medicine".

Il Giornale telefona a Edoardo Tagliani, responsabile in Congo dell’organizzazione umanitaria Avsi.


In tutta questa situazione, non mi risulta che nessun governo di nazioni civili ed evolute abbia dato un appoggio sostanziale per la risoluzione del problema. La famigerata ONU, una di quelle tante sigle di stampo buro-massonico che ci rincoglioniscono grazie alla loro parvenza di civiltà, evoluzione e progresso (basti vedere cosa ha fatto in 50 anni la FAO per il problema fame nel mondo) ha mandato 17 mila caschi blu. I quali sono - come tutti sanno - una forza di pace, per cui non sono armati, non possono sparare, non possono difendersi, e nessuno ha mai capito cosa vadano a farci lì. Tanto per fare un raffronto numerico, il generale congolese Nkunda comanda l'esercito dei ribelli, che sono 4 mila, 4 volte meno dei caschi blu, eppure combina tutto questo enorme casino.

In realtà pare che questi Caschi Blu non facciano proprio le belle statuine. Sembra che sappiano anche sparare: "Caschi blu hanno sparato ai ribelli".

La ONG francese "Secours Catholique" è convinta poi che i caschi blu stiano "impedendo a decine di migliaia di sfollati in fuga dai combattimenti di entrare nella strategica citta' di Goma, capoluogo della tormentata provincia del Nord Kivu, all'estremita' orientale dell'ex Zaire, con il risultato che i profughi sono intrappolati alle porte della citta".

Ogni tanto, infine, esce fuori uno scandalo:

Insomma credo che sia troppo facile per i nostri governi lavarsi le mani, inviando 17 mila caschi colorati in vacanza, per solo 1 miliardo e trecento milioni di euro all'anno. Quando si tratta di Africa nessun governo vuole esportare la Democrazia. Quando si tratta di Africa non esistono più i Governi e i loro portavoce. I ministri degli Esteri ribadiscono i loro appelli "a una soluzione politica urgente", così urgente che sono dieci anni e non se n'è ancora vista l'ombra. Tutti vogliono intensificare l'azione diplomatica, nessuno vuole inviare militari armati, insomma, nessuno vuole inviare un esercito vero. Il titolo tipico dei giornali è Fumata nera dell'Unione Europea. In questi giorni a dire il vero stanno discutendo in Europa se inviare 1500 uomini (non sia mai inviarne 4 mila, come i ribelli congolesi! L'eguaglianza numerica potrebbe addirittura significare risolvere la situazione, e questo non è accettabile). La direttiva seguita dai governi nazionali e sovranazionali sembra essere "lasciate che si ammazzino".

Quando si tratta di Africa non esistono più i giornalisti, i giornali, e le fonti di informazione, specchio della Politica. Se qualche squilibrato fa saltare un autobus in Palestina o in Afghanistan (per non parlare di quando si nascono i cuccioli di leone nel Giardino Zoologico di Losanna...) i nostri TG sono solerti nel riportarci quotidianamente il bollettino di guerra con aria affranta. Di norma si manda in onda anche il servizio di qualche inviata famosa visibilmente dimagrita e con i capelli sfatti.

Di quello che succede in Congo... boh? Tutto ciò che c'è da sapere, e da fare, a parte rarissime eccezioni (tipo Daniele Mastrogiacomo di Repubblica) si demanda alle Giulia Pigliucci e agli Edoardo Tagliani. Ai quali va tutta la nostra stima.

EDIT provare (per credere) a digitare su Google le seguenti chiavi di ricerca, comprese le virgolette:
  • "inviato in Iraq" → 3700 risultati
  • "inviato in Afghanistan → 2510 risultati
  • "inviato in Congo" → 20 risultati

lunedì 1 settembre 2008

Il solito San Silvio

Ultimamente, quando leggo i giornali e soprattutto quando guardo i telegiornali, mi prende un senso di nausea all'epigastrio. Di regola sono molto tollerante, e il mio spirito vagamente umoristico è sempre stato capace di alleggerire in una risata le situazioni più gravi (o grevi) e paradossali.

Ma da qualche giorno non ne posso più. La nausea prende il sopravvento quando apro i giornali, accendo la TV, e mi si dice che:
- Berlusconi ha risolto il problema dei rifiuti della Campania, non ci saranno mai più emergenze, Napoli è tornata una capitale europea
- Berlusconi ha salvato Alitalia, l'operazione è stata un grande successo, Berlusconi ha fatto un capolavoro (Galan)
- Berlusconi ha salvato l'Italia dalla Libia, perchè è amico di Gheddafi (5 miliardi spesi bene)
- Berlusconi ha salvato il MONDO dal conflitto atomico, perchè è amico di Putin. Ha detto Kaladze (giocatore georgiano del Milan) che "E' stato Silvio Berlusconi a fermare la guerra in Georgia e per questo voglio dirgli il mio grazie".

Dobbiamo pure sentirci dire che Berlusconi ha salvato Viterbo perchè ha partecipato alle celebrazioni in onore della patrona Santa Rosa. Stasera il Tg2 sembrava l'apoteosi di San Silvio. Tutto questo mi ha fatto ribrezzo, non perchè ce l'abbia particolarmente a male con il miracoloso miracolato. Ma perchè come al solito si gioca (come si faceva da bambini) al "dico e non dico", "ho detto ma non ho detto", "forse mi hai capito male" e "non mi sono spiegato bene". Tanti capolavori di facciata, che nascondono il marcio. Montagne che partoriscono topolini, che vengono presentati come capolavori assoluti e geniali. Questo mi ripugna.


Dare qualche euro agli spazzini per togliere l'immondizia dal centro di Napoli non significa risolvere il problema rifiuti. Bisogna ripulire tutto ciò che c'è intorno al centro di Napoli nel raggio di centinaia di chilometri, il che è semplicemente utopistico, e infine bisogna riconoscere e punire i colpevoli, che per certi versi è ancora più utopistico.

Alitalia, il gioco è fatto: togliere i debiti dal groppone di Alitalia e metterli sul groppone dei cittadini italiani. Tanto chi se ne accorge, di qualche miliardo di debito in più o in meno. In realtà la situazione è ancora più catastrofica, non solo per i 7000 esuberi (più del triplo dei 2150 esuberi previsti da Air France), ma per noi che continueremo a pagargli la cassa integrazione vita natural durante. Per avere tutti i particolari (veri) della vicenda occorre consultare il come sempre magistrale Marco Travaglio che è tornato con il suo Passaparola.

Vicenda Libia: 5 miliardi di euro (e non solo) sono passati dalle nostre tasche, da quelle di ognuno di noi, a quelle di sua maestà Guida della Rivoluzione Muammar Gheddafi, il dittatore che si è fatto ricco lasciando i suoi sudditi a fare la fame (mi ricorda qualcuno). Per i particolari, vedere qui.

E infine la penosa mediazione tra Roma e Mosca. Tutto il mondo sa che rilevanza l'Italia abbia a livello internazionale (quella che il due ha nella briscola), invece leggendo i giornali potrete sentire che grazie a Berlusconi si è scongiurato il ritorno alla guerra fredda. Che ti possiamo dire? Grazie, o Silvio (genuflettersi tre volte).

mercoledì 20 agosto 2008

Riflessioni sul conflitto Russia-Georgia (parte 2)

Riporto degli stralci da un reportage a firma di Bernard-Henri Lévy, inviato in Georgia (Corriere della Sera), intitolato Georgia nuova Cecenia, traduzione di Daniela Maggioni.

La prima cosa che colpisce appena si esce da Tbilisi è l'inquietante assenza di qualsiasi forza militare. Avevo letto che l'esercito georgiano, sconfitto in Ossezia, poi sbaragliato a Gori, aveva ripiegato sulla capitale per difenderla. Ebbene, giungo nei sobborghi della città. Avanzo di 40 chilometri sull'autostrada che taglia il Paese da Est a Ovest. Di questo esercito che si ritiene essersi concentrato per opporre una resistenza accanita all'invasione, quasi non si vede traccia. Qui c'è un posto di polizia. Più lontano, un gruppo di soldati in uniformi troppo nuove. Ma non un'unità combattente. Non un pezzo di difesa antiaerea. Nemmeno quel paesaggio di blocchi e sbarramenti che, in tutte le città assediate del mondo, dovrebbero ritardare l'avanzata del nemico. [...] Forse l'esercito georgiano c'è, ma è nascosto? Pronto a intervenire, ma invisibile? Siamo in una guerra dove l'astuzia suprema è, come nelle guerre dimenticate d'Africa, di apparire il meno possibile? O il Presidente Saakashvili ha scelto di non combattere, come per mettere europei e americani davanti alla proprie responsabilità e alle proprie scelte («pretendete d'essere nostri amici? Ci avete detto cento volte che con le nostre istituzioni democratiche e il nostro desiderio d'Europa il nostro governo — in cui siedono (fatto unico negli annali) un primo ministro anglo-georgiano, ministri americano-georgiani, un ministro della difesa israelo-georgiano - era il primo della classe occidentale? Ebbene, è il momento di provarlo»)? Il fatto è che la prima presenza militare significativa nella quale ci imbattiamo è un lungo convoglio russo, almeno cento veicoli [...] poi, a quaranta chilometri dalla città, all'altezza di Okami, ecco un battaglione, sempre russo, appoggiato da un'unità di blindati che ha il compito di impedire il passaggio ai giornalisti in una direzione e ai profughi nell'altra. Uno dei profughi, un contadino ferito alla fronte ancora inebetito dal terrore, mi racconta la storia di questo villaggio, in Ossezia, da dove è fuggito a piedi tre giorni fa. I russi sono arrivati. Sulla loro scia, le bande di osseti e cosacchi hanno saccheggiato, violentato, assassinato. Come in Cecenia, hanno raggruppato giovani uomini e li hanno imbarcati in camion verso destinazioni sconosciute. Sono stati uccisi padri davanti ai figli. Figli davanti ai padri. [...]

Vicino a Gori, la situazione è diversa e improvvisamente diventa tesa. [...] un check point più importante del precedente, che blocca il gruppo di giornalisti al quale ci siamo uniti. Soprattutto, ci dicono chiaramente che ora non siamo più i benvenuti. «Siete in territorio russo — abbaia un ufficiale gonfio d'importanza e di vodka —. Può andare avanti solo chi è accreditato dalle autorità russe». Per fortuna, sbuca un'auto del corpo diplomatico. È dell'ambasciatore dell'Estonia. A bordo, oltre all'ambasciatore, c'è il Segretario del Consiglio Nazionale di Sicurezza, Alexander Lomaia, che ha l'autorizzazione di andare a cercare i feriti dietro alle linee russe, e accetta di farmi salire in macchina insieme alla deputata europea Isler-Beguin e a una giornalista del Washington Post. «Non posso garantire la sicurezza di nessuno, previene. È chiaro?». È chiaro. E ci stringiamo nell'Audi che si dirige verso Gori. Dopo altri sei check point, arriviamo a Gori [...] possiamo vedere incendi a perdita di vista [...] razzi illuminanti [...] odore di putrefazione e di morte. Poi, l'incessante rimbombo di blindati e auto civili piene di miliziani riconoscibili dalla fascia bianca attorno al braccio e dai capelli trattenuti da una bandana. Gori non appartiene a quell'Ossezia che i russi pretendono di essere venuti a «liberare». È una città georgiana. Ebbene, l'hanno bruciata. Saccheggiata. Ridotta a città fantasma. Svuotata. «È logico, spiega il generale Vyachislav Borisov, mentre nel fetore e nella notte aspettiamo in piedi il ritorno di Lomaia. Siamo qui perché i georgiani sono degli incapaci, [...] e su un cellulare mi mostra alcune foto di armi, di cui sottolinea pesantemente l'origine israeliana. «Credete forse che potevamo lasciare questo bazar senza sorveglianza?». [...] «Abbiamo convocato a Mosca il ministro degli Esteri israeliano. Gli è stato detto che, se continuava a rifornire i georgiani, noi avremmo continuato a rifornire Hezbollah e Hamas». Avremmo continuato...Che confessione! [...]

Il presidente Saakashvili, affiancato dal suo consigliere Daniel Kunnin, ascolta il mio racconto. [...] È giovanissimo. Di una giovinezza rivelata dall'impazienza dei gesti, lo sguardo febbrile, i bruschi scoppi di risa. Del resto, tutti sono molto giovani. Ministri e consiglieri sono borsisti di fondazioni tipo quella di Soros, i cui studi a Yale, Princeton, Chicago sono stati interrotti dalla Rivoluzione delle Rose. È francofilo e francofono. Appassionato di filosofia. Democratico. Europeo. Liberale nel duplice senso — americano ed europeo — della parola. Di tutti i grandi Resistenti che ho incontrato nella mia vita, di tutti i Massud o Izetbegovic di cui ho preso le difese, è quello più evidentemente estraneo all'universo della guerra, ai suoi riti, ai suoi emblemi, alla sua cultura. Ma vi fa fronte. «Lasciatemi precisare una cosa, mi interrompe con improvvisa gravità...Non bisogna lasciar dire che siamo stati noi a iniziare la guerra...Siamo al principio di agosto. I miei ministri sono in vacanza. Io mi trovo in Italia, per una cura dimagrante e sono sul punto di partire per Pechino. Ecco che, sulla stampa italiana, leggo: «Preparativi di guerra in Georgia». Ha capito bene: sono lì, tranquillo, in Italia e leggo che il mio Paese sta preparando una guerra! Sentendo che c'è qualcosa che non va, torno subito a Tbilisi. E cosa vengo a sapere dai miei servizi segreti? Che i russi, nel momento stesso in cui riempiono le agenzie stampa di queste chiacchiere, stanno svuotando Tskhinvali dei suoi abitanti, ammassano truppe, trasporti di truppe, addetti al rifornimento di nafta in territorio georgiano e fanno passare colonne di carri armati attraverso il tunnel Roki, che separa le due Ossezie. Allora, supponga di essere responsabile di un Paese e di apprendere tutto questo. Che fare?». Si alza, risponde a due cellulari che suonano contemporaneamente, ritorna, stira le gambe. «Al centocinquantesimo carro armato posizionato di fronte alle vostre città, si è obbligati ad ammettere che la guerra è cominciata e, malgrado la sproporzione delle forze in campo, non si ha più scelta...». Con l'accordo dei suoi alleati, gli chiedo? Avvertendo i membri di quella Nato di cui le hanno sbattuto la porta in faccia? «Il vero problema è quel che è in gioco in questa guerra. Putin e Medvedev cercavano un pretesto per invaderci. Perché? Primo: siamo una democrazia e quindi incarniamo, per quanto riguarda l'uscita dal comunismo, un'alternativa al putinismo. Secondo: siamo il Paese dove passa il Btc, l'oleodotto che collega Baku a Ceyhan via Tbilisi; di modo che, se cadiamo, se Mosca mette al mio posto un impiegato di Gazprom, voi europei sarete dipendenti al cento per cento dai russi per l'approvvigionamento energetico. Terzo: guardi la mappa. La Russia è alleata dell'Iran. Anche i nostri vicini armeni non sono lontani dagli iraniani. Immagini che a Tbilisi si installi un regime favorevole alla Russia. Avremmo un continuum geostrategico che andrebbe da Mosca a Teheran. Spero che la Nato lo capisca.

[...] L'incontro avviene alle quattro del mattino. Saakashvili ha trascorso la fine della giornata con la Rice. La vigilia con Sarkozy. All'una come all'altro si dice grato per i loro sforzi, per il loro interessamento e per la loro amicizia. Il Presidente ha un'aria malinconica. Forse si interroga sullo strano atteggiamento dei propri amici. Per esempio, sull'accordo di cessate il fuoco che ha ottenuto l'amico Sarkozy e che è stato redatto a Mosca, a quattro mani, con Medvedev. Saakashvili rivede col pensiero il Presidente francese, qui, in questo stesso ufficio, così impaziente di farlo firmare. Lo sente alzare la voce, quasi gridare: «Non hai scelta, Misha, sii realista; quando i russi arriveranno per destituirti, nessuno dei tuoi amici alzerà un dito per salvarti». E che strana reazione quando lui, Misha Saakashvili, ha ottenuto che chiamassero comunque Medvedev, il quale ha fatto rispondere che stava dormendo. Erano solo le 9, ma dormiva ed era irraggiungibile fino all'indomani mattina: anche il Presidente francese si è infuriato; l'amico francese non ha voluto aspettare. Fretta di rientrare? Troppo sicuro che l'essenziale fosse di firmare, qualsiasi cosa, ma firmare? Non è così, pensa Misha, che si negozia. Non è così che ci si comporta con gli amici. [...] È l'americano Richard Holbrooke, diplomatico di grosso calibro e vicino a Barak Obama, ad avere l'ultima parola: «In questa vicenda aleggia un cattivo odore di pacificazione forzata e di accordi di Monaco». O siamo capaci di alzare veramente la voce e di dire, in Georgia, basta a Putin. Oppure, l'uomo che è andato, secondo le sue stesse parole a «inseguire fin nei cessi» i civili ceceni, si sentirà in diritto di fare la stessa cosa con qualunque suo vicino. È così che si devono costruire l'Europa, la pace e il mondo di domani?

lunedì 18 agosto 2008

Riflessioni sul conflitto Russia-Georgia

Come noto, l'orso russo si è svegliato. Vorrei riportare qui alcune riflessioni sul conflitto-lampo che mi interessa anche per ragioni personali (ho dei piccoli amici a Tbilisi) e che sta finalmente riscaldando la Guerra Fredda.


1) Ruolo dell'Europa nella mediazione NATO-RUSSIA

I presidenti americani Bush padre e Clinton garantirono a Gorbaciov che la NATO non si sarebbe espansa all'interno dei confini dell'ex impero dell'Unione Sovietica. Ma già nel 1998 questa solenne promessa fu rotta con l'annessione alla NATO di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca. La Russia aveva anche tollerato l'annessione di Estonia, Lettonia e Lituania. Praticamente oggigiorno 6 Paesi del Patto di Varsavia e 3 repubbliche ex-URSS sono oggi membri della NATO (vedi mappa).

Ma la richiesta di portare Ucraina e Georgia nella grande famiglia è stata eccessiva, ha reso evidente a tutto il mondo che gli Stati Uniti stessero cercando di accerchiare e spaccare la Russia. All’ultimo vertice NATO (tenuto a Bucarest all'inizio di aprile 2008) GW Bush tentò in tutti i modi di convincere l'Europa dell'importanza di una annessione immediata di Georgia e Ucraina al Patto Atlantico. Putin naturalmente si arrabbiò come una belva. Ma l'Europa, e in particolare Sarkozy e Merkel che tanto in questi giorni si stanno dando da fare per mediare, decisero di prendere tempo, ovvero decisero di non decidere, come spesso accade all'euroburocrazia.

Fonte: Repubblica, Panorama.

Da questo se ne può trarre una conclusione. Probabilmente Bush e Saakashvili avevano in mente la guerra contro l'Ossezia già in aprile, e volevano prevenire ogni tipo di intervento russo inserendo la Georgia nell'ambito NATO. In tutto questo l'ottusità e la passività dell'Europa sono state almeno parzialmente colpevoli (il grosso della colpa ce l'ha naturalmente il tandem Bush-Saakashvili, sostenuto come vedremo da... Israele).


2) Stanchezza degli USA, Europa sotto scacco

Il conflitto in Georgia ha riconfermato la Russia nell'opinione pubblica come grande potenza militare e politica. Ha reagito prontissimamente (nell'arco di poche ore), precisamente e accuratamente all'invasione dell'Ossezia, che evidentemente si aspettava, e ha vinto la guerra. Tutto questo nel grande palcoscenico mediatico in cui la Cina olimpica si impone come la nuova superpotenza mondiale, economica, politica e militare.



Ma la cosa più importante è che la Russia ha dimostrato di poter invadere ed occupare un Paese filo-americano senza timore di rappresaglie e ritorsioni sul campo, ovvero senza la minima reazione bellica da parte di Europa e USA, che hanno scelto da subito la strada della mediazione diplomatica, e delle minacce ("gravi conseguenze per Mosca se...", ma si sa, il can che abbaia non morde).

AL contrario è risaltata la debolezza degli USA, impantanati nel nuovo Vietnam (Iraq ed Afghanistan), nel potenziale conflitto con l'Iran e con il Pakistan sul filo del rasoio. Semplicemente gli USA non sono numericamente in grado di intervenire nella zone periferiche russe. Questo suona come un potente avvertimento a vari Paesi filo-americani come Ucraina e Polonia. Non per niente, Bush si è subito affannato a concludere l'accordo per lo scudo missilistico con Varsavia. L'immediata risposta di Mosca è stata "la Polonia rischia una ritorsione militare". Se Bush non è intervenuto a salvare Tbilisi, non interverrà neanche a Varsavia.

Fonte: Il sole 24 ore.

D'altra parte, l'Europa è suddita di Mosca per quanto riguarda il fabbisogno energetico. E dalla Georgia parte l’unico oleodotto che fa arrivare il petrolio del Caspio all’Europa Occidentale senza passare attraverso la Russia.


3) Il ruolo di Israele.

Chi l'avrebbe mai detto che (anche) dietro il conflitto Russia-Georgia ci fosse... Israele. Lo spiega con dovizia di particolari Maurizio Blondet dalle pagine di "effedieffe.com". Il ministro per la reintegrazione territoriale georgiano, ovvero l'individuo che ha il compito di riprendersi Ossezia e Abkhazia, si chiama Temur Yakobashvili ("Temur figlio di Giacobbe"), è un israeliano e, il giorno dell’attacco georgiano all'Ossezia, disse che «Israele deve essere fiero (should be proud) della preparazione che ha dato alle nostre truppe». Dal suo punto di vista, il cessate-il-fuoco mediato da Sarkozy suona come un alto tradimento: «Israele ci ha tradito come gli europei e gli Stati Uniti [...] Israele deve proteggere gli interessi che ha qui: ci sono molti uomini d’affari israeliani che hanno investito denaro, e un Paese deve proteggere gli investimenti dei suoi cittadini». Viene fuori che privati israeliani hanno investito in Georgia per oltre un miliardo di dollari. INoltre Israele riceve petrolio attraverso un oleodotto georgiano.

Fonte: atimes.it

Anche il ministro della Difesa georgiano è ebreo, si chiama David Kezerashvili: è «un israeliano che parla ebraico correntemente ed ha fortemente contribuito alla cooperazione fra i due Paesi».

Fonte: Arie Egozi, «War in Georgia: the Israeli connection», YNET.News, 10 agosto 2008.

Aggiornamento 2 settembre 2008 Ecco cosa chiede in cambio Israele a Saakashvili dopo averne armato e addestrato l'esercito: usare la Georgia come base militare di attacco all'Iran. Il cerchio pare chiudersi. Fonte: Middle East Times.

4) La guerra giornalistica

Il sito della CNN ha promosso un sondaggio, chiedendo ai lettori se l'intervento russo fosse un'azione di pace o piuttosto un'invasione bella e buona. Ebbene il 92% dei lettori americani ha ritenuto l'intervento russo una legittima difesa, cosa che ha spinto la CNN a rimuovere immediatamente il sondaggio dalla Rete, per cui è visibile solo in alcuni screenshot:
- imageshack
- digg.com

D'altra parte il solito Blondet ha sgamato cosa si nasconde dietro un abominevole servizio fotografico della Reuters (fonte: Effedieffe): un prezzolato che posa in lacrime.